Polpetta Magazine Interview: Claudio Coccoluto

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Polpetta Magazine Interview: Claudio Coccoluto

Polpetta Magazine Interview: Claudio Coccoluto

Non è sempre facile raccontare la musica attraverso le parole. Esse infatti ingannano poichè sono frutto di ragionamento e calcolo, la Musica invece non inganna perché è effetto e causa di emozione.

Entrare nell’intimo di chi ha costruito e vissuto innumerevoli situazioni e contesti e far uscire fuori i ricordi non è mai un’impresa facile. Le emozioni, gli aneddoti, è stato un lungo viaggio insieme a colui che è prima di tutto un uomo di musica. Prendetevi un po’ del vostro tempo, rilassate corpo e mente e perdetevi nei racconti di Claudio Coccoluto.

 

– Chi è Claudio Coccoluto oggi?

Lo stesso di ieri ma con 24 ore in più sulle spalle

 

– Il marketing, il brand, il dj che diventa un prodotto e prodotti che muoiono ancora prima di nascere. Pensi che stia andando ancora “tutto a puttane”? E tu ti senti sempre un “artigiano della musica”?

Non sono un esperto di mercimonio del sesso ma un certo andazzo maldestro dell’ambiente che vivo ha notevolmente rafforzato alcuni miei principi. In realtà principi veri e propri lo sono diventati solo negli ultimi dieci anni, prima erano piuttosto “sentori” spesso inficiati dai dubbi e dalle insicurezze dell’essere giovane o acerbo, mai abbastanza “esperto”, o semplicemente ignaro di cose del business che sembravano palesemente ovvie e non lo erano: la lealtà verso Musica e Pubblico (maiuscole non casuali), per esempio sono il Nord e il Sud della mia bussola. L’artigianalità sta nel fatto che sono convinto che il DJ tende all’arte ma con un fare che è tutta azione e passione, manca la concettualità e se mai ci fosse, non sarebbe più propria del DJ ma di un artista con altri fini, scopi e ritorni.

Abbiamo una missione concreta: divertire il pubblico attraverso una comunicazione espressa con musica ma sublimata con il ballo, questo crea una serie di risposte meccaniche che il mestiere ti insegna a provocare: per me il vero DJ è quello che sapendo come far scaturire un facile applauso, ne fa a meno e cerca una strada personale e inaspettata alla soddisfazione della pista, per rinnovare il gioco senza soluzione di continuità.

 

– Alla fine di tutto cosa resterà a galla?

La Musica certamente, ma non i ruoli professionali che gli girano intorno: l’accelerazione tecnologica ha cancellato quei tempi di sedimentazione del sapere, volgarmente chiamati “gavette” che attraverso percorsi tortuosi, determinavamo l’attaccamento e il rispetto che si deve avere della “materia prima”, mi riferisco a quelli che ancora trovi nella cucina, nell’enologia, nella scrittura… purtroppo il dopo-jobs è stato la Caporetto della fruizione musicale con tutte le conseguenze che l’ascolto privato, auricolarizzato e non condiviso, ha potuto produrre nella catena di montaggio della musica da vendere.

 

 – A 13 anni inizi a lavorare in radio, oggi i ragazzi a 13 anni aprono il loro primo account social (alcuni forse anche prima!). I “social” che sembrano essere diventati quasi più importanti delle puntine. Utili strumenti di comunicazione, che spesso creano falsi miti, false relazioni e falsi rapporti interpersonali. Un tempo ci si trovava nei negozi di musica per parlare di musica, per ascoltarsi e confrontarsi, oggi ci sono le Instagram stories. Il tuo rapporto con i social? Quanto tempo gli dedichi e quanto pensi sia importante tornare a confrontarsi nei luoghi dove la musica si fa?

Ancora prima delle radio libere, io ero un CB, e con il mio baracchino in cui invocavo “break al canale” sono stato “social ante litteram”, con una esigenza di comunicare che probabilmente era innata, la stessa che mi ha portato poi a bussare alle porte di Radio Luna e poi a capire immediatamente che per toccare il piano emotivo in una comunicazione nulla è efficace come la musica; le parole ingannano perché sono frutto di ragionamento e calcolo, la Musica non inganna perché è effetto e causa di emozione. Per cui dedico ai social il tempo chemeritano, a seconda di quello che ho voglia di comunicare; scelgo tra i diversi social anche il più adatto a ciò che voglio esprimere, proprio perché diversi tra loro e in grado di toccare diverse corde sensibili. Con il tempo ho imparato ad “usarli” cavalcandone le possibilità limitando i danni, mentre nella fase iniziale io come tutti (credo) siamo stati usati, inconsapevoli del potere di chi li gestisce.

 

 – Il festival di Sanremo, un dj in giuria ed un messaggio chiaro: “ci siamo anche noi, anche noi capiamo e facciamo musica!”, e invece quasi un’arma a doppio taglio, soprattutto tra gli addetti ai lavori, della serie “ora lui è mainstream, tagliamolo fuori!”. Come hai vissuto le tue partecipazioni, prima e dopo, i festival? Lo rifaresti?

I did it again! Ben tre Volte! Troppo mi sono divertito, troppo irresistibile la possibilità di guardare dal dentro, dal backstage… la prima volta fu davvero un’emozione grande, mi sentivo “eletto” e rappresentante di tutti i DJ e della loro sotto-cultura che attraverso la mia figura acquistava quella dignità nazional-popolare che ti permettesse di dire che “lavoro faccio” ad alta voce. Devo però confessare che solo pochi colleghi hanno rilevato questa mia interpretazione, su questa ha prevalso la solita invidiuccia provinciale e miope che pervade questo Paese da sempre. Il successo in qualsiasi forma, anche effimera o virtuale è sempre malvisto, sempre ammesso che fare il giurato a Sanremo ne sia un indice! E infatti le altre due volte l’ho fatto a cuor leggero, godendomi il momento senza patemi d’animo e sensi di colpa e lo rifarei sempre e comunque.

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